Perché un ritratto in bianco e nero
Non è nostalgia e non è un filtro: è un modo di decidere che cosa deve restare.
Quando consegno una selezione, la domanda arriva quasi sempre: «e perché questa l’hai fatta in bianco e nero?». La risposta breve è che non l’ho decisa alla fine, spostando un cursore per cinque secondi. L’ho decisa mentre scattavo, a volte prima ancora di alzare la macchina. Provo a spiegare come funziona — e anche quando, invece, il colore va lasciato dov’è.

Il colore racconta la scena, il bianco e nero racconta la persona
In una fotografia a colori l’occhio va dove c’è più saturazione: il maglione rosso, la parete verde, il neon dietro le spalle. Sono informazioni, e spesso servono. Ma in un ritratto l’informazione che conta è un’altra: la piega della bocca, la tensione di una mano, il modo in cui la luce entra negli occhi. Togliere il colore non significa togliere qualcosa alla foto — significa togliere concorrenza al viso.
Me ne accorgo ogni volta che mostro le due versioni della stessa immagine, una accanto all’altra. Davanti a quella a colori la gente commenta la camicia, il muro, il posto. Davanti alla stessa foto in bianco e nero commenta lo sguardo. È sempre la stessa persona, la stessa luce, lo stesso centesimo di secondo: cambia solo dove va a finire l’attenzione.
La luce diventa la protagonista
Senza colore restano solo due cose: la luce e la forma. Un ritratto in bianco e nero funziona o non funziona per come è illuminato, e non c’è modo di nasconderlo. È il motivo per cui in studio lavoro molto sulle ombre invece che sulla loro assenza: una guancia in penombra, un profilo che si stacca dal fondo, un bordo di luce sulla spalla. In monocromia queste non sono rifiniture, sono la struttura della fotografia.
Vale anche fuori dallo studio. In esterni cerco le ore in cui la luce ha una direzione precisa, le pareti che riflettono, i muri con una texture — intonaco, pietra, cemento. Tutte cose che a colori passano in secondo piano e che in bianco e nero diventano il fondale vero del ritratto.

Il tempo ci passa sopra più lentamente
Il colore data una fotografia. Bastano le tonalità di moda in quella stagione, il tipo di lampade che c’erano in quella sala, il modo in cui si trattavano i file cinque anni fa: guardi l’immagine e capisci più o meno quando è stata fatta. Il bianco e nero invecchia molto più piano. Un ritratto monocromatico di oggi somiglia a uno di trent’anni fa e somiglierà a uno di fra vent’anni. Non è un dettaglio da poco per una foto che finisce appesa in casa, su una copertina o su un profilo che resterà lì a lungo.
Quello che resta quando togli tutto
Nei lavori più personali — i progetti a lungo termine, i reportage, le storie che pesano — il bianco e nero fa una cosa in più: abbassa il volume dell’estetica e alza quello del contenuto. Una scena a colori può risultare semplicemente bella, e la bellezza a volte distrae. La stessa scena in monocromia ti costringe a guardare l’espressione, e basta. Non è un caso che gran parte della fotografia documentaria che amo sia in bianco e nero.

Non funziona sempre, e va detto
Non tutto va convertito. Un abito che una persona ha scelto proprio per il suo colore, un evento con luci sceniche costruite apposta, gli interni di una casa che sto fotografando per essere venduta: lì il colore è l’informazione, e toglierlo è un danno. Diffido un po’ dei fotografi che consegnano tutto in bianco e nero: spesso serve a coprire una luce che non funzionava. Il monocromatico deve essere una scelta, non un rimedio.
Come lo decido, in pratica
Guardo tre cose. Quanto colore c’è nella scena e se lavora a favore o contro. Quanto è grafica la luce: contrasti netti, ombre disegnate, materiali con una texture. E soprattutto a cosa serve quella foto — un profilo professionale, una locandina, una stampa da appendere in salotto sono tre destinazioni diverse.
Se durante il servizio penso «questa in bianco e nero è più forte», la scatto già pensandola così: espongo per le alte luci, cerco il contrasto, chiedo alla persona di restare ferma un secondo in più. Nella consegna finale trovi quasi sempre entrambe le versioni delle immagini migliori — perché l’ultima parola, su come vuoi essere guardato, resta comunque tua.
Se stai pensando a un ritratto — per lavoro, per un progetto o solo per te — scrivimi: rispondo entro 24 ore. Qui trovi il portfolio e come lavoro.
Massimo Zanetti — fotografo ritrattista a Milano
